“I rischi che corriamo con Trump Presidente degli USA”: le riflessioni del sociologo Giulio Pica

Riceviamo e pubblichiamo alcune riflessioni sull’insediamento negli USA come Presidente di Donald Trump da parte del sociologo Giulio Pica*.

giulio pica referendum  DONALD TRUMP

“Il 20 gennaio scorso Donald Trump ha assunto i pieni poteri di presidente degli Stati Uniti ed ha iniziato rapidamente a smantellare tutto ciò che il suo predecessore Obama aveva realizzato: dalla tassazione dei ceti medi per garantire l’assistenza sanitaria alle fasce di popolazione meno abbienti, alla minaccia di revoca dell’accordo faticosamente raggiunto con l’Iran, all’adozione di una politica aggressiva, se non proprio xenofoba, nei confronti degli immigrati. I suoi tanti sostenitori, interni ed anche europei, hanno apprezzato come un sintomo di serietà, la velocità di realizzazione di quanto promesso in campagna elettorale, mentre gli oppositori iniziano a guardare con una giusta apprensione ai grandi problemi, interni e soprattutto internazionali, che questo presidente può causare. Chiunque abbia a cuore le sorti di questo nostro mondo non può non essere allarmato di fronte all’affermazione di un uomo che incarna gli istinti più radicali di una destra aggressiva e bellicosa, tanto da destare preoccupazione tra gli stessi senatori repubblicani, primo fra tutti il Senatore Mcain.

Procediamo con ordine: appena insediato, Trump emana il decreto di respingimento di tutti i cittadini provenienti da 7 paesi musulmani, col pretesto di bloccare il terrorismo islamico. Solo che, tra questi 7 paesi islamici, guarda un po’, non ci sono nè l’Arabia Saudita né i paesi del Golfo, nazioni governate da monarchie sunnite radicali, sostenitrici e finanziatrici dell’Isis che, a parole, Trump dice di voler combattere. Probabilmente, i fitti rapporti di affari che gli USA intrattengono con questi Paesi hanno suggerito a Trump di escluderli dal bando (si ricordi che i terroristi dell’11 settembre venivano dall’Arabia Saudita e non da Iran e Iraq). Tra i 7 Paesi c’è l’Iran, governato dagli sciiti, impegnato fortemente nella lotta all’Isis e nella battaglia per la cacciata di quest’ultimo da Mosul; Paese alleato di Putin, del quale Trump dice di essere amico. Probabilmente l’Iran deve essere punito perché la disfatta dell’Isis comporterebbe un rafforzamento della posizione degli sciiti e la creazione di una vasta zona d’influenza che parte dall’Iran, passa per la Siria ed arriva in Libano. Questa eventualità non piace, ovviamente all’Arabia Saudita, e ancor meno ad Israele, nemico giurato dell’Iran ed amico fedelissimo dell’amministrazione Trump. L’accordo faticosamente siglato da Obama con l’Iran, che congelava la corsa al nucleare iraniano in cambio della revoca delle sanzioni al Paese sciita, è nel mirino di Trump che sta facendo di tutto per stracciarlo e far salire pericolosamente la tensione con gli Ayatollah iraniani.

In questa direzione, ma non solo, va letta la ripresa della corsa agli armamenti nucleari che rischia di far saltare gli accordi di non proliferazione stipulati con la Russia di Putin. Lo scopo di questo forte incremento delle spese militari può essere anche quello di indebolire economicamente Russia e Cina, costringendole ad una rincorsa al riarmo attraverso la deviazione di ingenti investimenti finanziari dall’economia civile all’industria bellica. Un po’ come fece Reagan negli anni ’80, costringendo l’URSS a rincorrerlo col risultato di portare al crollo del blocco sovietico. Solo che Trump non tiene conto che il tracollo della Cina può ripercuotersi tragicamente sugli Stati Uniti, visto che i cinesi hanno investito miliardi di dollari nell’acquisto di titoli di stato statunitensi. Forse andrà cauto nei confronti di Russia e Cina, ma premerà l’acceleratore per scatenare una guerra contro l’Iran, un obiettivo di medio calibro e, soprattutto, inviso all’amico Israele.

Per quanto riguarda l’abolizione dell’Obamacare, ovvero della tassazione dei ceti medi per sostenere l’assistenza sanitaria, Trump incontra indubbiamente il favore di tanti cittadini americani, stufi di veder prelevare parte del proprio reddito per garantire ai più poveri un’assistenza sanitaria decente. In un Paese solidale è scontato che chi sta meglio accetti di devolvere parte dei propri guadagni in nome della solidarietà e della coesione sociale, negli USA, invece -percorsi da un individualismo radicale che sfocia nell’egoismo delle classi medi – questa regola basilare del vivere civile evidentemente non vale. La vittoria di Trump è stata anche il prodotto delle conseguenze di una globalizzazione incontrollata, ma il ritorno al protezionismo più spinto non è la ricetta migliore per attenuare le tensioni internazionali. Il blocco delle esportazioni dalla Cina e dai paesi asiatici, ma anche dal vicino Messico, produrrebbe l’effetto di gettare nella disoccupazione migliaia di lavoratori che con la globalizzazione avevano raggiunto livelli di vita decenti.

La storia ci ha fornito molti esempi dell’abbraccio mortale, in determinati periodi di forte crisi, tra leader narcisisti ed egocentrici e masse desiderose di affidare le proprie sorti ad un capo indiscusso. Basta leggere il bel libro di Erich Fromm: “Anatomia della distruttività umana” per scorgere analogie impressionati tra le personalità di Hitler e Stalin, o “Le origini del totalitarismo” di Hannah Arendt, per capire come le masse possano farsi trascinare in avventure pericolose in presenza di condizioni storiche particolarmente problematiche. Indubbiamente Trump ha i tratti tipici della personalità narcisistica: ipertrofia dell’Io, manie di grandezza, insofferenza alle critiche, disprezzo per il dato fattuale, visione messianica e salvifica, fiducia esagerata nelle proprie capacità, bisogno ricorrente dell’ammirazione altrui. Pertanto, non sono soltanto le variabili economiche a guidare il corso della storia –  alle quali Marx riconosceva un’importanza primaria –  ma, più in generale, una miscela di elementi psicologici individuali e di massa che, combinati con esse, possono portare il mondo verso scenari poco rassicuranti.

Il contrasto di questa tendenza dipenderà da come l’Europa saprà riassorbire le spinte disgregatrici che provengono dalle destre cosiddette populiste (Le Pen, Salvini, Altrenative fur Deutschland), sostituendo la miope impostazione liberista con una maggiore attenzione ai principi di inclusione e di solidarietà e da come Cina e Russia risponderanno alle sfide di Trump. Per fortuna la storia non si ripete mai tale e quale (le condizioni della Germania degli anni ’30 del secolo scorso o della Russia degli anni ’20 non sono le stesse di oggi), ma di motivi per essere preoccupati ce ne sono, eccome”.

GIULIO PICA

*Giulio Pica è nato a Sala Consilina nel 1964. Vive a Sala Consilina e lavora come sociologo al Sert di Potenza dal 1993. Non appartiene ad alcun partito politico ma segue con costanza l’evoluzione della politica e dei fenomeni sociali in genere. Di recente ha pubblicato il volume “Sala, Napoli, Berlino”

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1 Response

  1. Libertà o cara scrive:

    Cosa mai è “politica xenofoba”?
    Chi può porsi sopra l’altro è dettagli il pensiero da adottare? Chi?
    Il dire rispettoso sarebbe: “io non lo farei” e non certo “politica xenofoba”!
    Un caso da giudicare: “piazza Tienanmen” è xenofobia?
    Grazie!

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