Le riflessioni dei Direttori Michele Albanese e Antonio Marino sul particolare momento che vive il credito cooperativo

Di seguito il documento a firma dei direttori Michele Albanese e Antonio Marino sul particolare momento che vive il credito cooperativo

Essere una Banca di Credito Cooperativo, essere una Banca del Territorio

Non è certamente un caso che all’interno del titolo di questo scritto vengano utilizzate le lettere maiuscole per contrassegnare alcune parole: Banca Credito Cooperativo, Banca Territorio. È la perfetta equazione che mette in luce il nostro essere. È un collegamento consequenziale che mette in rete il Credito Cooperativo ed il Territorio. Parlando di BCC, in questo particolare momento storico, non si può trascurare quello che sta accadendo a livello di sistema nel contesto italiano, dove una spirale riformista sta invadendo il campo d’azione delle banche di credito cooperativo, mettendo in discussione un modello che sicuramente necessita di qualche miglioramento e di ottimizzazioni, ma che ha trainato, in maniera molto più che intensa, l’economia delle famiglie e delle piccole e medie imprese durante la crisi. Osservando i dati dal dicembre del 2008 e fino a settembre del 2014, le banche italiane nel complesso hanno ridotto del 4,7% i loro prestiti verso le imprese non finanziarie, mentre le BCC li hanno aumentati del 9,4%. Se si guarda al mondo degli artigiani e delle micro-imprese, le banche nel loro insieme hanno tagliato il credito del 5%, contro un aumento targato BCC pari al 14,7%. Il nostro operare, o meglio, il nostro cooperare, è caratterizzato da un’intensa concretezza che garantiamo al territorio di riferimento. La nostra filosofia si fonda su un’analisi che, oltre ai numeri ed agli indici di bilancio, guarda anche alla storia, alla serietà, alla moralità ed all’uomo in quanto tale. Non è un problema di rating, non sarà mai un problema di garanzie. Non è tantomeno “rischio cattura” influenzato da eventuali e fantomatici condizionamenti, perché sull’incidenza dei crediti anomali, laddove siano presenti, avrà forse inciso anche il periodo di crisi e la parallela presenza forte delle BCC in tale fase? I due fattori non possono che esser letti contemporaneamente, altrimenti, a nostro avviso, si corre il rischio di fare errori di valutazione volti a mettere volontariamente in difficoltà un modello che ha sostenuto la vera economia italiana, non la vera finanza italiana. Noi, come banche di credito cooperativo, raccogliamo ed impieghiamo le risorse all’interno del medesimo territorio, senza disperdere ricchezze al di fuori di esso: è un punto di forza enorme e dovrà continuare ad esserlo, in quanto, ci consente di creare ed alimentare progresso, dove le banche diventano, allo stesso momento, attrattori e sviluppatori di progresso nella propria zona di competenza.

A tale scopo e per fortificare i pregi valoriali ed operativi di una Banca mutualistica del Territorio è opportuno richiamare i contenuti tratti dal pensiero di un economista tedesco, Richard Werner, il quale ha scientificamente provato, al fine di difendere le banche popolari e le BCC in Germania e nel resto dell’Europa, che sono proprio queste banche e non le banche centrali, i grandi gruppi o le banche globali, il motore vero della creazione di quello che definisce credito produttivo, nonché dell’ampliamento della base monetaria necessaria al sostegno della ripresa economica. “La forma cooperativa, nel modo in cui c’è in Italia, rende molto difficile la ricapitalizzazione” così ha dichiarato nel suo discorso il dott. Carmelo Barbagallo, Capo dell’Autorità di Vigilanza della Banca d’Italia il 12 febbraio 2015. I fatti contraddicono questa affermazione, come, ad esempio, si è osservato nella ricapitalizzazione dei gruppi bancari francesi (Crédit Agricole, Casse Risparmio e Banche Popolari). Questo approccio è basato sul capitale “fiducia” dei soci. Le autorità di vigilanza dovrebbero evitare di cadere nella sindrome “chi vuole uccidere il suo cane lo accusa di aver la rabbia”. E’ anche sbagliato, secondo noi, credere che di fronte alle crisi le banche possano meglio ricapitalizzare. L’esempio britannico è la perfetta dimostrazione, con la Royal Bank of Scotland e la Lloyds Bank che hanno dovuto essere nazionalizzate. Si potrebbe anche citare un caso molto emblematico come quello della Northen Rock, che era una società cooperativa (building society) che è stata demutualizzata, quotata in borsa ed il governo britannico ha dovuto poi nazionalizzare. Jean Louis Bancel – Presidente Crédit Coopératif- in una sua relazione al convegno di Leno dichiarava: “Bisogna rilevare il movente dell’arricchimento che anima i fanatici del “crimine della demutualizzazione”, e se qualcuno trova forte la parola “crimine”, va assunta pienamente e si qualificano come crimini le misure che, anche se prese legalmente, sono in contraddizione con gli impegni internazionali e le norme costituzionali di un paese. Ricordiamo l’art. 45 della Costituzione Italiana dedicato alle cooperative. Questo articolo si collega con le garanzie fornite dal diritto internazionale alle cooperative; prima di tutto diritto europeo”. Jean Louis Bancel, inoltre, ribadiva: “L’art. 58 del Trattato di Roma riconosce la differenza cooperativa nelle imprese private. Ne consegue che il diritto europeo non può non essere richiamato come argomento per la cancellazione delle differenti cooperative, soprattutto, nel campo della governance. Oltre ad essere membro dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e dell’ONU, l’Italia è vincolata dalle dichiarazioni di tali autorità internazionali che riconoscono i principi cooperativi dell’ICA che il diritto nazionale deve rispettare”. Nessuno nega il diritto di un Paese di governare in modo indipendente, ma vi è la necessità di rispettare gli impegni internazionali. Operare nel contesto economico attuale pone le aziende di credito di fronte a scelte non sempre agevoli, ricche di rischi che fanno innalzare il livello di difficoltà nelle strade da intraprendere. Oltre a ciò si associano anche altre situazioni proprie di chi si trova ad operare in territori non troppo opulenti per quel che concerne lo sviluppo e la crescita economica.

Emergono, pertanto, durante la nostra quotidianità, fasi caratterizzate da manovre operative talvolta spigolose. Capita di dover dire di no, capita di non fornire la risposta che il cliente immagina, capita di non poter finanziare un’operazione. Dietro ad un no non vi è un tradimento oppure la volontà di abbandonare qualcuno nel momento del bisogno, bensì vi è la consapevolezza di non essere “catturati” dal vortice finanziario di chi non ha margini di rimborso e redditività, che sono cose ben diverse rispetto a credere in un progetto o nelle capacità imprenditoriali, sempre dimostrate, dal cliente di turno. Sono valutazioni, queste, fondate sempre su principi di sana e prudente gestione, senza compromettere l’oggettività e l’imparzialità del nostro operare. Tutti fanno degli errori, ci mancherebbe, e guai se non li facessimo anche noi del credito cooperativo! Ma errori importanti, per l’Italia, nel mondo della finanza, non sono stati compiuti dalla matrice BCC … Nella realtà di oggi, ricca di novità, le nuove indicazioni, ancora allo studio, mettono le banche di credito cooperativo dinnanzi ad alcuni incroci molto delicati. Elementi come la consistenza patrimoniale, la risoluzione delle crisi aziendali, la capacità di assorbire i rischi, le competenze specifiche della governance, la riduzione delle inefficienze attraverso economia di scala sono argomentazioni all’ordine del giorno anche per chi si trova ad operare in piccole realtà. Tuttavia, invece, di premiare un atteggiamento virtuoso, assistiamo, oggi, ad un progetto di riforma, voluto non si capisce da chi, che vedrebbe tutte le BCC confluire in “unico grande gruppo bancario” con il conseguente allontanamento dalla territorialità a 360 gradi. Una cosa, per meglio dire, all’italiana. Andando contro principi costituzionali, come l’articolo 41, sbattendo la porta in faccia ai valori che hanno contrassegnato un movimento per oltre un secolo di storia. Dove sono finiti i principi cardine di una Nazione come la nostra, che si fonda sull’iniziativa economica libera? Questa, occorre ribadirlo, non è garanzia di efficienza, anzi, un migliore assetto non può essere ricercato attraverso la penalizzazione di chi ha interpretato, con successo, lo spirito del credito cooperativo. Ma c’è di più! Chi dovrebbe guidare questa cordata riformatrice? Chi dovrebbe prendere le redini di questo unico gruppo bancario? Ci auguriamo, molto francamente, che tutti coloro che mirano a questi ruoli abbiano una storia bancaria e cooperativa adeguata al ruolo che, soprattutto, non siano loro i veri artefici di questa crisi cooperativa, che il loro nome non sia mai apparso tra quelli sanzionati dall’Organo di Vigilanza. Nel nostro mondo ci sono tante eccellenze che quotidianamente lavorano per il Territorio, con professionalità e dedizione ed, inoltre, ci sono tante realtà che, nel corso degli anni, hanno dimostrato di essere un patrimonio per il Territorio e, soprattutto, per l’Italia. È interessante capire se questo conflitto, che preferiamo chiamare morale, possa incidere sul futuro dell’intero movimento, perché se così fosse, tutto ciò che oggi paventiamo, potrebbe davvero diventare realtà, creando un impoverimento ancora maggiore e con effetti anche devastanti. Non è forse il caso che queste posizioni di vertice, se in modo onesto e sincero si ritengano responsabili ed in conflitto, si dimettano e lascino agli altri la possibilità di lavorare, in trasparenza e senza conflitti, a questo progetto di riforma?

Non è un paradosso che, mentre si discute e ci si preoccupa di una riforma che vede scomparire il credito cooperativo, i “nostri” vertici decidano di spendere oltre 40 milioni di euro per una nuova sede, o altro? Non sarebbe stato meglio aspettare il risultato finale di questa riforma o autoriforma oppure gli “addetti ai lavori” lo conoscono già? Tutto questo, per noi, è uno scippo, un crimine. E’ importante, oltretutto, ricordare che dietro qualsiasi crimine, soprattutto per reati economici, c’è un movente ben preciso. Secondo noi è il miraggio e l’appetito del guadagno, l’appropriazione personale del bene comune. E’ un bene che in inglese si definisce “carpetbaggers” (profittatori di situazioni confuse). Oltre a questo punto sul quale si gioca sia la partita della riforma che quella dell’autoriforma, vorremmo sottoporre all’attenzione un altro aspetto, certamente non secondario. Ma qualcuno ha pensato ai Soci, proprietari delle BCC? Magari già si pensa ai futuri capitali dimenticando che le nostre banche rappresentano una compagine sociale formata da una popolazione di più di 1,2 milioni di persone? Sono stati proprio loro i punti di forza di tante battaglie ed ora si trovano a subire qualcosa di cui sicuramente non sono nemmeno minimamente informati. Ma qualcuno ha pensato ai dipendenti delle BCC, agli esuberi che si andrebbero a verificare? Riteniamo che le BCC sono sempre aperte a discorsi del genere ed, ancora di più, in questo particolare momento storico, dove ci troviamo dinnanzi al bivio, forse uno dei più importanti della storia. Hemingway diceva “… ai bivi più importanti non c’è segnaletica …”. Non possiamo, in questo particolare momento, sbagliare strada perché significherebbe non poter tornare più indietro. Il momento che stiamo vivendo è sicuramente intenso non solo per noi banche, ma anche per tutto ciò che ci circonda. Da parte nostra proseguiremo sulla strada dell’onestà intellettuale e morale che ha sempre contrassegnato la nostra storia, senza fare proclami, ma facendo sentire la nostra voce e quello che rappresentiamo. Non abbiamo paura del cambiamento ma, invece, vogliamo viverlo partendo da quelli che sono i punti di forza del credito cooperativo, non snaturando un modello di fondamentale importanza per il tipo di economia che oggi abbiamo in Italia, caratterizzata da famiglie e piccole/medie imprese. Forse in questo frangente, nell’ambito della cosiddetta crisi cooperativa, si stanno dimenticando, speriamo involontariamente, dei punti  imprescindibili per ogni tipo di valutazione sulle BCC. È necessario, in questa fase, non agire con fretta, prendendo il giusto tempo, senza nefaste corse contro il tempo, mettendo a punto un modello che vada ad ottimizzare i processi e non a distruggere realtà che hanno sostenuto, da anni, la vera economia italiana, quella fatta di famiglie e piccole/medie imprese.

Il Direttore Generale responsabile della Vigilanza BCE sulle piccole banche, il finlandese Vesala, ha definito fredda la terminologia burocratica che identifica gli istituti minori come “meno significativi” (Less Significant Institutions), anzi preferirebbe che si chiamassero “Istituti più significativi a livello locale”. Per lasciare un segno ancora più forte dei nostri pensieri, nonché per sottolineare chi siamo, come lo abbiamo fatto e come intendiamo proseguire, vogliamo ricordare le parole che Papa Francesco ha pronunciato durante l’incontro di sabato 28 febbraio u.s. ai circa 7 mila soci di Confcooperative, i quali in prima fila annoveravano proprio i vertici del credito cooperativo che avranno avuto la fortuna di apprendere, ci auguriamo, molto da vicino ed alla lettera, la parola del Santo Padre. “Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale. L’economia cooperativa, se vuole svolgere una funzione sociale forte, deve perseguire finalità trasparenti e limpide, promuovere l’economia dell’onestà, economia risanatrice nel mare insidioso dell’economia globale. Una vera economia promossa da persone che vogliono solo il bene comune. Fate bene, e vi dico anche di farlo sempre più, perché assumere una facciata onorata e perseguire, invece, finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni del mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare. Lottate contro questo. E non con le parole solo o con le idee: lottate con la cooperatività giusta, quella che sempre vince. Dovete investire e dovete investire bene. In Italia certamente, ma non solo, è difficile ottenere denaro pubblico per colmare la scarsità delle risorse. La soluzione che vi propongo è questa: mettete insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone. Collaborate di più tra cooperative bancarie e imprese, organizzate le risorse per far vivere con dignità e serenità le famiglie; pagate giusti salari ai lavoratori, investendo soprattutto per le iniziative che siano veramente necessarie. Le cooperative devono continuare ad essere il motore che solleva e sviluppa la parte più debole delle nostre comunità locali e della società civile. Per questo occorre mettere al primo posto la fondazione di nuove imprese cooperative, insieme allo sviluppo ulteriore di quelle esistenti, in modo da creare, soprattutto, nuove possibilità di lavoro che oggi non ci sono”Papa Francesco, dall’alto del suo enorme pensiero, mette in evidenza l’importanza delle nostre cooperative, come motore della parte più debole delle comunità e ci invita a fare sempre di più. Questo è anche il nostro obiettivo, nella speranza che ci consentano di proseguire la missione che i nostri statuti, così perfettamente, ci dettano. Abbiamo, infine, immaginato che la svolta, in questo momento, debba partire dalle Banche di Credito Cooperativo attraverso la creazione di un Comitato che veda la presenza delle Banche che sono interessate alla riforma e non di un’entità autonominata. Il compito del Comitato sarà portare avanti alcuni principi fondamentali che sono alla base del nostro operare e che non vengono considerati né nel progetto di riforma né in quello dell’autoriforma.

Invitiamo, pertanto, tutti ad aderire formalmente al Comitato “Non siamo soli” ed a convocare, con urgenza, tutti i Consigli di Amministrazione in sedute monotematiche che abbiano ad oggetto quello che si sta paventando possa accadere alle nostre realtà, facendo indicazioni concrete che possano essere definite “proposte delle BCC per un’autoriforma”. L’obiettivo è di far arrivare la nostra voce alla Banca d’Italia attraverso la trasmissione di delibere di indirizzo contrarie a quanto ipotizzato finora. Da subito diamo la nostra completa disponibilità e quella delle nostre strutture per seguire questo processo che si spera possa unire, nel principio della rete cooperativa, tutte le BCC che hanno ancora voglia e forza di essere presenti sui propri territori di competenza. Se nel corso del tempo abbiamo trasformato i valori in azioni, ora ci poniamo l’obiettivo di consolidare il nostro operare, confermandoci Banche del Territorio ed orgogliosi di essere Banche di Credito Cooperativo.

 

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