Termina la prima stagione de “Il Vallo perduto”. Già in cantiere la seconda. Ecco cosa abbiamo scoperto durante il nostro viaggio

Cercare il perduto, per ritrovarlo, per ritrovarsi. Cercare il perduto per non farlo diventare oblio, non farlo fagocitare, per sempre, dal buio. E per cercare il perduto abbiamo forse scoperto un po’ di noi stessi, ma soprattutto abbiamo trovato luoghi, a poca distanza da noi, che colpiti da trascuratezza, degrado e indifferenza rappresentano il fardello di un territorio intero. Monumenti dell’abbandono. E segnali infausti per il futuro.
Il Vallo Perduto è una trasmissione nata da un’idea avuta qualche anno fa, attraversando il sud della provincia di Salerno, tra opportunità mancate e sprechi assassini. Tra rabbia e tristezza, tra voglia di fare qualcosa e desiderio di raccontare. Un panorama triste, soprattutto per chi insiste a voler amare questo territorio e a volerci restare. E per questo abbiamo deciso di raccontare le possibilità perse che avrebbero permesso di essere meno fragili di quanto siamo. E anche perché così vogliamo resistere e pungolare. Non arrendersi. Mai.
È stato un viaggio lungo ed è un viaggio che non si fermerà. Anzi. Un viaggio che ci ha fatto attraversare quella cicatrice che taglia tutto il sud della provincia di Salerno, la tratta ferroviaria Sicignano-Lagonegro sospesa da 32 anni senza che nessuno faccia davvero qualcosa. Da lì ha avuto inizio la fine di un territorio tra Vallo di Diano e Alburni. Una fine alla quale – occorre ribadirlo – anche attraverso questa trasmissione non vogliamo rassegnarci. Ma sono troppi i luoghi abbandonati che abbiamo trovato lungo la nostra strada, troppe le storie smarrite che si sono aperte davanti ai nostri occhi. Le strade distrutte degli Alburni, la frana dolora di Auletta, le terme sconfitte di Montesano sulla Marcellana. Il campo di calcio di San Pietro al Tanagro intitolato al padre del sindaco del paese ma che non ha neppure più le porte e il palazzetto finito e mai aperto a Caggiano. Abbiamo trovato archeologie industriali, economie di un tempo che fu che non esiste più: la centrale idroelettrica a Pertosa o il pastificio di Sant’Arsenio. Qui si apre un altro capitolo. I soldi sprecati. Finanziamenti che non hanno portato frutti, come l’archeodromo a Monte San Giacomo. Museo sì ma del nulla per ora. O dell’osservatorio di Petina, lì non si esce più a vedere le stelle. Abbiamo aperto scrigni che racchiudono tesori, come la chiesa di Santa Maria di Polla o il convento mai finito dello Scialandro. Luoghi pericolosi per l’incolumità propria e altrui come accade nell’area del Rosario di Polla e nella distesa infinita dell’ex polveriera del Mandranello a Padula. Luoghi che si raccontano da soli, che raccontano la Storia che fu. E che non ha lieto fine.
Abbiamo raccontato tante storie perdute, come quella dei lavoratori della Trofan di Battipaglia sbattuti fuori in un battito di ciglia. La loro storia è quella di migliaia di lavoratori della nostra provincia, dall’Ergon passando per la Città e per tutte quelle altre aziende scomparse sotto i colpi della indifferenza. Abbiamo voluto raccontare due storie che non hanno volto. I volti ignoti dello sconosciuto di Petina, morto in montagna e senza un nome, e dell’assassino di Isabella Panzella, strozzata a Pertosa e ora in un angolo del cimitero. Un assassino che non ha nome. Storie da raccontare per rispetto loro e anche nostro. Per non arrenderci a un futuro buio. Abbiamo raccontato anche una storia triste dove luogo e persone si intrecciano, è il caso della piscina di Buonabitacolo e dell’omicidio di Antonio Pascuzzo.
E poi abbiamo attraversato le ultime due ferite del territorio. Una ancora sanguinante, la perdita di Tribunale e carcere e una che resta l’emblema di tutto, il Centro sportivo meridionale, monumento di quello che poteva essere e non è stato.
È stato un lungo viaggio e non è finito. Torneremo a settembre, e sono già tanti i luoghi segnati che andremo a scoprire. Scavi archeologi a Caggiano, ville dimenticate ad Auletta, centri naturalistici ad Aquara. Torneremo a Teggiano per capire se l’aviosuperficie davvero è decollata e tanto altro ancora. Il viaggio nel perduto purtroppo sembra senza fine, ma viaggiare nell’abbandono, per noi, è anche un modo per resistere e non perderci allo stesso tempo. Affinché sia la luce a vincere e non il buio.

Una risposta

  1. giuseppe curcio ha detto:

    Grazie Pasquale

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