Dopo il sisma, 39 anni di precarietà al sud: condannati ad essere terremotati per sempre?

La terra tremò in Campania e in Basilicata quel 23 novembre del 1980. Erano le 19:34 di domenica, e dopo quei 90 interminabili secondi nulla sarebbe stato più lo stesso.

Per ognuno di noi, che l’ha vissuto, di quel 23 novembre alcune cose sono rimaste indissolubilmente fissate nella memoria. Ad esempio l’abbraccio impotente con la famiglia nel corridoio di un appartamento, al 6° degli 11 piani di un palazzo di Sala Consilina, pensando di morire. Per tanti giovani fu il primo rendez-vous con il concetto della morte, che a 15 anni sembra così lontana, ma che poi ci si accorge essere vicina e attorno a noi, molto più di quanto si possa pensare. O ancora ricordi di corse folli giù per scale infinite, mentre le mura si sgretolavano e si inclinavano intorno. Ricordi di una atmosfera surreale e di centinaia di persone in strada, di incredulità e di paura. E poi ancora la cappa dell’incertezza, il non sapere, la mancanza di notizie: erano ancora lontanissimi i tempi dei social network e dei telefoni cellulari. Soltanto nei giorni successivi si riuscì almeno in parte a cogliere gli effetti della devastazione del sisma, che alla fine causò 2.914 morti, 8.848 feriti e 280.000 sfollati. E ancora ricordi delle notti successive trascorse in macchina o in tenda, della solidarietà e dei piccoli e grandi gesti eroici, molti dei quali a quei tempi restarono ignoti: non esistevano i canali “all news”. Ricordi personali ma simili a quelli di migliaia di altri, quelli che fortunatamente sopravvissero e possono raccontarlo. Anche se, da quel giorno, la vita non è stata più la stessa per nessuno di noi: giovani, adulti, anziani. Abbiamo vissuto giorni, settimane e mesi contrassegnati dalla precarietà. Purtroppo a distanza di 39 anni, guardando dietro, ci si rende conto che l’emergenza qui al sud non è mai finita. Viviamo ancora nella precarietà. E a volte si ha la forte impressione che tutti noi siamo ancora terremotati, condannati ad esserlo per sempre. Ma soltanto per quei 90 secondi del terremoto di quel 23 novembre 1980 la colpa può essere attribuita alla natura. Per i restanti 39 anni di precarietà, le colpe sono tutte da ricercarsi molto più vicino: ad esempio negli egoismi, nelle debolezze e nelle incapacità degli uomini.

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