Facciamo finta che… tutto va bene: anno nuovo ma niente di nuovo, parola di Geppino D’Amico!

Il 2021 non sembra essere iniziato diversamente da come era terminato il 2020. E allora forse non ci resta che fare finta che… tutto va bene. Come ci conferma il giornalista e storico Geppino D’Amico.

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TESTO DI GEPPINO D’AMICO

Sono trascorsi oltre 40 anni da quando Ombretta Colli cantava “facciamo finta che tutto va ben, tutto va ben”. L’ironico ritornello è ancora attuale perché l’anno nuovo è nato con i soliti problemi: il virus non accenna ad andarsene e gli Italiani continuano a litigare su tutto: zona rossa, arancione o gialla? Vaccino si o vaccino no? Scuole aperte o scuole chiuse e genitori in piazza. Senza dimenticare la politica nazionale (rimpasto o elezioni?) o quella del nostro territorio i cui rappresentanti discutono, aprono tavoli ma non decidono. Nel frattempo il delegato regionale ai Trasporti, Luca Cascone, a pochi mesi dalle elezioni e non prima, con la sua bella faccia da “fratacchione” (il copyright è di Vincenzo De Luca) comunica che non è possibile riaprire la Sicignano-Lagonegro: costerebbe troppo e quindi i soldi necessari saranno spesi altrove. Come dire? “Passata la festa gabbato lu Santo”: archiviate le elezioni, addio Vallo. È un film già visto; parafrasando Humphrey Bogart “è la politica bellezza, e tu non puoi farci niente”! Grazie, Cascone!

È troppo attendere una reazione forte da parte dei rappresentanti regionali del Vallo di Diano e degli stessi amministratori locali? In attesa che qualcuno batta un colpo non aggiungiamo altro per soffermarci su tre eventi positivi che ci riguardano: il collega Pierpaolo Fasano è finalmente tornato a casa;  Giuseppe Ippolito, Direttore Scientifico dell’Istituto di Ricerca “Lazzaro Spallanzani” di Roma, nei giorni scorsi ha illustrato i risultati positivi della sperimentazione del vaccino tutto italiano realizzato da ReiThera che potrebbe essere utilizzato (questa la speranza) già nella prossima estate; Carmine Pinto è stato nominato Direttore del prestigioso Istituto per la Storia del Risorgimento dal Ministro per i Beni Culturali, Dario Franceschini. A tutti e tre i migliori auguri di buon lavoro.

Siamo all’inizio di un nuovo anno per cui è opportuno occuparci di un altro argomento comunque legato al periodo che stiamo vivendo.

L’importanza del cibo da Cicerone a Madre Teresa di Calcutta

Esistono pochi dubbi sul fatto che il Covid abbia cambiato tutto, non soltanto in fatto di salute ed economia ma anche per quanto riguarda il rapporto tra le persone e la tavola.  Le misure antivirus non ci hanno consentito di pranzare a Natale insieme ai parenti o di trascorrere la notte di Capodanno in compagnia degli amici. E questo ha causato notevole disappunto. Non a caso Marco Tullio Cicerone (siamo nel I° secolo a.C.) era convinto che “Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle squisitezze delle portate, ma dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi” e questo ci è mancato parecchio. Comunque, l’attenzione per il cibo e il modus di onorare la tavola hanno origini antichissime.

Nel IV secolo a.C. fu Archestrato di Gela a coniare il termine “Gastronomia”, che è il titolo di un suo poemetto detto anche Hēdypatheia, letteralmente, Poema del buongustaio. Cultore dell’arte del piacere il poeta siciliano racconta dei suoi lunghi viaggi alla ricerca delle migliori vivande e dei vini più pregiati. Tratta inoltre del pane, dei pesci, della selvaggina, della produzione e della conservazione del vino. Si sofferma soprattutto sui pesci, indicandone le qualità migliori, i luoghi di provenienza, le specie più rinomate e le specifiche stagioni di pesca.

Al tempo di Tiberio (fra il I ed il II secolo d.C.) Marco Gavio Apicius profuse in banchetti gran parte del suo immenso patrimonio. Sotto il suo nome ci è giunto un trattato in dieci libri “De re coquinaria” con poco meno di cinquecento ricette. L’opera, insieme alle molte testimonianze archeologiche – prime fra tutte quella di Pompei e di Ostia antica – e alle informazioni desumibili da altri scrittori latini, ci ha permesso di ricostruire i vari piatti dell’epoca e l’ambiente dove venivano consumati.

Il padre della gastronomia e gastrosofia moderne è il francese Jean Anthelme Brillat Savarin. Magistrato, scrittore e gourmet non fu mai cuoco ma solo un grande buongustaio. A lui dobbiamo un testo importantissimo pubblicato nel 1825, “Fisiologia del gusto”. Per lui «Il piacere della tavola è di tutte le età, di tutte le condizioni, di tutti i paesi e di tutti i giorni; può associarsi a tutti gli altri piaceri e rimane per ultimo a consolarci della loro perdita».

Pubblicata nel 1825, la Fisiologia del gusto di Brillat-Savarin è una pietra miliare della letteratura gastronomica, la prima riflessione moderna sul rapporto tra l’uomo e il cibo, il primo tentativo di dare all’arte della cucina e della tavola lo stato e la dignità di scienza.

In Italia un’autentica autorità del settore è il romagnolo Pellegrino Artusi, autore del volume “La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene”. Artusi racconta la cucina nazionale raccogliendo le tante tradizioni locali, ricomposte in un mosaico che esalta le diversità. L’opera contiene 790 ricette; viene editata da oltre cent’anni e tradotta in diverse lingue, tra le quali inglese francese portoghese, spagnolo, polacco, russo e giapponese. In epoca più recente va evidenziata l’iniziativa del fondatore di Slowfood, Carlo Petrini, che nel 2004, sulla base della sovranità e sostenibilità alimentare, istituisce il primo Corso di Laurea in Scienze Gastronomiche. In epoca più recente è stato istituito l’Ordine dei Tecnologi Alimentari. Col tempo, quindi, il rapporto tra l’uomo e il cibo è cambiato.

Se in passato era valido il principio elaborato dal pensatore tedesco Ludwig Andreas Feuerbach, “l’uomo è ciò che mangia”, oggi non è così. A non pensarla come Feuerbach è il sociologo Marino Niola il quale sostiene che oggi “l’uomo è ciò che scarta”. Recentemente Niola, insieme a Elisabetta Moro, ha pubblicato per “Il Mulino”, “I segreti della Dieta Mediterranea”. Nata dagli studi effettuati nel Cilento negli anni ’50 dai coniugi Ancel e Margareth Keys, la Dieta Mediterranea è stata riconosciuta nel 2010 quale “patrimonio dell’umanità” in quanto –sostiene Niola– “oltre a mettere al centro di tutto il benessere dell’individuo ci mette anche quello dell’ambiente e della comunità”.

Oggi il cibo non è solo mangiare ma anche un territorio molto più vasto che mette in moto altri mondi. Soprattutto riesce a far nascere e mantenere in vita rapporti di amicizia altrimenti impensabili. Non a caso Madre Teresa di Calcutta affermava che “Ancor più che il pane, l’uomo desidera la compagnia”. Ed è quello che ci sta togliendo (e ci manca moltissimo) questo lungo periodo di pandemia.

GEPPINO D’AMICO

 

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2 risposte

  1. Antonio ha detto:

    Ancora sono validi i capitoli! ? Prima per ogni fondo progaramato da Stato, Regione , Comune ed Istituzione sciìolostica esistevano i capitoli. (i mooney) non potevano essere dirottati su altri capitoli di spesa pubblica ! ?Oggi Stato ed istituzioni sforano..Che Caos.

  2. fuscoantonio ha detto:

    …….dotto e documentato come sempre geppino. Ma bisogna parlare di un popolo che si è fatto schiavizzare dalla politica dell’assistenza, dei ristori, delle rottamazioni,dei condoni e delle elemosine pelose. I problemi sono altri dal cibo e seri. Bisogna parlare delle scimmie urlanti che in questi mesi di pandemia da varese alla sicilia, passando per livorno invadono le strade ubriache e drogate e nessuno le ferma. Bisogna parlare di una politica che peggiore non si è mai vista dai tempi della bestia fascionazista. Bisogna parlare della corruzione della politica e delle istituzioni che da mesi si azzannano per la spartizione dei soldi europei che ancora non sono arrivati Bisogna parlare di programmazione degli investimenti europei per risanare e dare lavoro ai giovani che lo meritano ed ai disoccupati che soffrono. Distinguendo tra la pletora dei mendicanti con la mano tesa ai piedi dei potenti locali e nazionale e le persone serie. Far ripartire il paese utilizzando il denaro europeo con una programmazione seria ed articolata che non è cosa semplice. Bisogna essere, in una parola, “seri e consapevoli” che di questi tempi e con la gente che affolla piazze e strade nonostante la pandemia non è cosa da poco. Bisognerebbe rieducare questo popolo al quale è successa una cosa stravolgente ed alienante per chiunque ” dormire il sonno della ragione”: Rimbocchiamoci le maniche ed ognuno per la sua parte cerchiamo di fare quello che le nostre forze ci consentono senza piangerci addosso come amiamo fare.

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