Le scuole del Vallo di Diano a Napoli in ricordo delle vittime innocenti di mafia

Anche la Provincia di Salerno ha partecipato alla XXVII Giornata nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie organizzata a Napoli da Libera, l’associazione contro le mafie che, dal 1996 ogni anno, in occasione del primo giorno di primavera, scende in piazza per sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia, in spirito di condivisione e corresponsabilità. Migliaia di persone hanno sfilato in corteo a Napoli per gridare il loro “NO” a tutte le mafie, tante le bandiere arcobaleno mostrate dai manifestanti e sui balconi. Trecento i pullman giunti da tutta Italia nel capoluogo partenopeo, tra cui anche alcuni istituti superiori del Vallo di Diano, per ricordare i tanti eroi quotidiani che hanno collaborato e sacrificato la loro vita per perseguire lo stesso fine: combattere per la legalità.

Presenti esponenti del sindacato e delle istituzioni, studenti, e soprattutto i parenti delle vittime giunti a Napoli da tutta Italia. Durante il corteo una voce ha scandito con l’altoparlante i nomi delle 1.055 vittime innocenti di mafia. Uomini di Stato, magistrati, politici, ma anche giornalisti e imprenditori assassinati tra il 1979 ed il 1986, l’anno dell’inizio del maxi-processo. A partire dall’assassinio di Michele Reina, segretario di una Democrazia Cristiana che provava ad affrancarsi dalla mafia, nonché uomo di fiducia di Salvo Lima. Altri passaggi riguardano l’attacco agli uomini delle istituzioni che indagano sulla mafia come il poliziotto Boris Giuliano, il quale aveva capito il legame stretto tra mafia-traffici internazionali di droga e di armi-riciclaggio soldi. Magistrati come Cesare Terranova e Gaetano Costa e tanti altri. Uomini delle istituzioni e gente comune assassinata perché perbene. Esempi sono stati i medici che non volevano piegarsi alle volontà mafiose, gli imprenditori che si rifiutavano di pagare il pizzo, i giornalisti coraggiosi che hanno pagato il loro volere arrivare alla verità. Non dimentichiamo coloro che hanno perso la vita durante la strage di Capaci insieme a Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Accomunati dallo stesso destino e dalla stessa volontà di combattere la mafia al fianco delle istituzioni sono gli uomini della scorta di Paolo Borsellino che persero la vita nella strage di Via d’Amelio. Ci sono giornalisti che hanno dato la propria vita alla ricerca della verità come Mauro De Mauro, giornalista italiano rapito da Cosa Nostra, e mai più ritrovato. Emblemi della legalità che hanno dedicato la propria vita ai giovani come Don Pino Puglisi, prete, insegnante, educatore che ha dedicato la propria vita al servizio dei ragazzi, affinché non abbracciassero la strada della criminalità organizzata assassinato la sera del 15 settembre 1993. Sono davvero tante le persone che occorrerebbe ricordare non solo oggi ma sempre. Nessuno di loro muore davvero, se vive in un racconto e in un ricordo. Le loro scelte di vita, le passioni, i loro ideali non sono stati stroncati dai killer di terrorismo e mafia. Persone perbene, attente a fare il loro mestiere di uomini delle istituzioni, a essere cittadini. A voler vivere libertà e legalità ed a lottare contro la mafia. Maestri, magistrati, poliziotti, i carabinieri, politici, giornalisti, i sacerdoti, imprenditori, medici, persone della scorta.

Lo slogan di quest’anno dell’iniziativa non è casuale “Terra mia. Coltura-Cultura” vuole unire due dimensioni di impegno, prendersi cura della comunità locale e reinterpretare l’essere cittadini globali a partire dall’attenzione al contesto nel quale si vive.

La manifestazione si è conclusa con l’intervento dal palco di don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che ha affermato: “Camminiamo perché ci siano verità e giustizia. L’80% dei familiari non conosce la verità. “Loro sono vittime di una violenza criminale, c’è un’altra violenza in atto in Europa. Credo che sia importante che ci sia un filo che ci collega a quello che sta succedendo proprio ai confini di casa nostra”.

Uomini e donne servitori dello Stato e interpreti di una civiltà del buon vivere comune. È grazie a loro che oggi possiamo continuare a parlare, a scrivere, a insegnare e a imparare, in libertà.

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